La libertà: esiste una giusta e una sbagliata?

un punto di vista molto personale

Ultimamente si parla spesso di libertà, e devo essere sincera, non so se tutti possono davvero parlarne.

Provo a spiegarmi.

Certo che si può parlare di libertà come condizione o come valore, ma chi la libertà se l’è sudata, parla di libertà sicuramente con una passione che levate, chi non se l’è sudata, come una cosa dovuta.

Chi ha davvero subito la privazione di una libertà fondamentale parla di libertà come felicità, come opportunità, come vita, o almeno è il valore che do io alle parole quando leggo o sento chi ne parla.

Chi invece la libertà l’ha sempre avuta, e gli impongono di privarsi di una cosa anche superflua, parla di libertà come limitazione, come un diritto.

La libertà, secondo Very, ha infiniti… li chiamerò, erroneamente, livelli.

Sentirsi limitare la libertà personale é una violenza per tutti, però poi dovremmo essere abbastanza onesti da contestualizzarla, in base alle nostre esperienze in una scala di gravità e il nostro accesso alle informazioni. E poi lottare per averla, che sia per noi o per chi ci sta vicino e lontano.

Non poter studiare quello che si vuole.

Non poter gestire il proprio patrimonio.

Non poter esprimere il proprio genere.

Non poter scrivere i propri pensieri.

Non poter professare la propria religione.

Non poter leggere, lavorare, uscire quando si vuole.

Vestirsi come si vuole e non come ti obbliga un’altro.

Avere un figlio, non averlo.

Morire.

Ecco, questi sono solo alcuni esempi di livelli come l’intendendo io, ma sono solo alcuni.

Chi mi conosce bene, o chi mi legge bene, sa che una delle frasi che scrivo o dico spesso è, noi siamo nati dalla parte fortunata del mondo.

Ho vissuto 8 anni in Venezuela, dal 1989 al 1996. Dagli 8 ai 16 anni. Un periodo dove la tecnologia era per pochi e l’accesso alle informazioni difficilissima.

Il Venezuela era, e si definisce ancora oggi, un paese democratico, ma di democratico non c’è molto, e non c’è ne era neanche allora. 

Un’epoca, l’infanzia, l’adolescenza, dove di base puoi scegliere ancora poco perché i tuoi genitori lo fanno per te, ma ad esempio ricordo che potevo vestirmi come volevo. Beh, forse a Natale no 😂, era l’unica eccezione. Non potevo però uscire da sola, frequentare certe zone, uscivamo accompagnati o a volte scortati, da A a Z, e poi da Z a A nuovamente. Nel mezzo, tutto un’alfabeto di limitazioni. Zero libertà, solo regole. Sapevi di storie di ragazzi accoltellati per un paio di Nike, a me hanno rubato solo una catenina d’oro, staccandomela letteralmente dal collo.

Arriviamo al 1992, primo intento di colpo di Stato di Hugo Chavez.

Avevo un esame importantissimo che decideva il mio futuro (questo agli occhi di una undicenne ovviamente), la sera prima avevo studiato fino a tardissimo per superarlo, e Lui, decide di fare un Colpo di stato. Un affronto! Alle 7, pronta per andare a scuola, mi dicono, eh no Vero, non se ne fa niente oggi. Non capivo niente, ma ero furiosa.

Restammo chiusi in casa per giorni, il rumore degli spari delle mitragliette era incessante, gli aerei che volavano sopra casa nostra diretti all’aeroporto militare cittadino La Carlota non trasmettevano il suono di una partenza per lidi paradisiaci, ma il rombo di un terrore che solo chi aveva vissuto i colpi di stato precedenti riusciva a capire. 

Da lì in poi… la storia è lunghissima, ma nel 1996 decisi di tornare in Italia per un futuro migliore. Potevo scegliere. In un paese dove non tutti potevano farlo, io potevo scegliere. Avevo 16 anni. Poi vabbè, non che tutte le mie scelte siano state azzeccatissime eh… Però avevo la libertà di scegliere e di sbagliare.

Poi le torri gemelli.

Ricordo esattamente dov’ero seduta. Ricordo perfettamente il terrore. Mia mamma è mia sorella vivevano negli States, e ci vivono ancora oggi. Stavano a Chicago ma spesso NY è lo scalo più comune per smistare i voli interni. Vedevo tutto ciò da una stanza sicura a Roma, perché avevo avuto la possibilità di scegliere.

Avevo vent’anni, vent’anni fa.

Oggi, parliamo di libertà di vaccinarsi o meno, di Green Pass, di circolazione fra Stati, e sicuramente si può capire il senso di limitazione che le persone possono provare, però boh…. 

Tornando alle limitazioni a livelli e di quanto siano importanti o meno, la libertà di mangiare, di essere curati, di scegliere quando comprare lo zucchero o mettere la benzina alla macchina, credo siano ad un livello leggermente più alto rispetto ad un ristorante, e ancora non parlo di vita o di morte.

Tornando al tone of voice di come le persone raccontano di libertà, chi lotta per la vita lo chiede, anche con rabbia che però si traduce in passione, chi lotta per la libertà di andare al ristorante, lo pretende, urlando con rabbia, che io traduco in odio.

Ora, 20 anni di parvenza di libertà vengono spazzati via in Afghanistan. E se ci pensi bene, ci sono delle persone che sono ventenni! o poco più grandi, che non sanno proprio come fosse l’assenza di libertà vent’anni fa nel loro paese, se non attraverso i racconti di altri. Che hanno potuto studiare, scegliere di studiare, di togliersi il velo o di metterselo, di chiedere un microcredito per diventare imprenditrici. Di scegliere di lavorare per un futuro migliore accanto alle ONG o di non farlo.

Che sono uscite di casa da sole, hanno potuto scegliere di avere un amico maschio, che non fosse suo ‘marito’, suo fratello, e uscirne vive.

Di poter scegliere di essere del sesso che si è (che poi, chi può decidere di essere? tu sei. mah).

Sono ventenni quasi come me a vent’anni. Che hanno per un po’ avuto la possibilità di poter a scegliere, o provare a scegliere.

Ovviamente l’Afghanistan, oggi ruba la scena a tutti, ed è facile parlare e postare informazioni prese da altri, ma non dimentichiamoci di paesi che forse sono meno notiziabili ma sono anni che lottano: Haiti, Cuba, Venezuela, Siria, Brasile, Birmania, Ungheria, Yemen, e molti molti molti altri. Non dobbiamo dimenticarli mai. Dovete scegliere bene le fonti da cui apprendere le notizie, informarvi e poi condividere, e non essere coinvolti dai trend dei disastri del momento, se il tema vi interessa davvero.

Quindi, boh, forse quando si vuole parlare di libertà bisognerebbe:

  • scegliere il livello d’accesso (come in un test d’inglese)
  • pensare l’accesso alle informazioni che hai, personali o professionali?
  • capire a chi ti rivolgi e che utilità ha il tuo pensiero o esperienza
  • decidere il tone of voice giusto, passione o rabbia

Ogni tanto mi fermo a pensare che probabilmente avrei potuto fare qualcosa di più, essere più attiva, lottare, invece ho scelto di distanziarmene (senza dimenticare) e mettere solo un piccolo, piccolissimo apporto a sostegno della parità di genere, probabilmente da quando ho iniziato a parlare a 9 mesi, un po’ per carattere un po’ per testardaggine (Nonna Lisa diceva che ero cocciuta perché ero di DNA abruzzese venezuelana!).

Nel 1999 Chavez fu eletto Presidente, e questo la dice lunga su cosa sia la libertà per le persone, perché da una parte della barricata c’era un gruppo di persone che volevano la democrazia, dall’altra, un gruppo molto più numeroso, che voleva solo mangiare.

Quindi qual è la libertà ‘giusta’?

Ovviamente il discorso è molto più ampio, e chi volesse, un bicchiere di vino c’è sempre per parlare di cose interessanti, esperienze di vita e punti di vista…

Liberamente.

5 pensieri riguardo “La libertà: esiste una giusta e una sbagliata?

  1. Ottimo articolo, ben scritto, intenso, vissuto.
    Tornando alle limitazioni a livelli e di quanto siano importanti o meno, la libertà di mangiare, di essere curati, di scegliere quando comprare lo zucchero o mettere la benzina alla macchina, credo siano ad un livello leggermente più alto rispetto ad un ristorante, e ancora non parlo di vita o di morte.
    Condivido 👍🏻

  2. Innanzitutto, complimenti per l’articolo, molto denso. Per quanto riguarda il concetto di libertà, a mio avviso entra in gioco la scala dei bisogni di Maslow. Al primo gradino c’è la sopravvivenza, ed è chiaro che se quel gradino non è assicurato, si tende ad andare dietro al primo che promette di assicurarlo. Dopo di che si può parlare di tutto il resto…

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